Usciamo dal silenzio

Autore:
Luzen
Conferenza

Ci risiamo. Ce lo avevano annunciato alla vigilia della (scontata e scorretta per l’invito all’astensione) sconfitta sui referendum per la fecondazione assistita e così è stato. Silenzioso e strisciante, l’attacco alla legge 194 che, come recita il testo sancisce le “norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, è partito nei mesi scorsi.
Ancora una volta ci si è ritrovati a rimettere in discussione una delle conquiste sociali e civili di questa controversa società italiana. Striscianti iniziative di indagini sulla 194, commissioni improvvisate e stravolgimenti tipo stato laico in salsa vaticana hanno cominciato “silenziosamente” a muoversi.
Ma da questo silenzio un appello spontaneo partito da un gruppo di donne si è allargato attraverso assemblee in tutta Italia e il sito internet www.usciamodalsilenzio.org sfociando nella grande manifestazione del 14 gennaio scorso a Milano.
Oltre duecentomila persone, donne e uomini, erano presenti: grande la partecipazione della città e dei giovani; cartelli, striscioni, bande musicali hanno animato un corteo che ha visto manifestare insieme madri, figlie, nonne. Il corteo ha riempito piazza del Duomo e le strade adiacenti per ascoltare le parole e le memorie delle donne. La giornata si è conclusa con un primo nuovo appuntamento l'11 febbraio a Napoli per un'analoga manifestazione con le donne del Mezzogiorno; altre assemblee sono già in programma per continuare a far ascoltare le molte parole ancora da dire. Non è stato un partito o un organo ufficiale ma il libero movimento di un libero pensiero.
Si è trattato di un ulteriore esempio, se ancora ve ne fosse bisogno, della necessità avvertita dalla gente di vigilare sui propri diritti, di non rinunciare a far sentire la propria voce quando questi diritti vengono messi in discussione.
E di dire tutto ciò a voce alta perché in fondo come dice giustamente dal suo blog Beppe Grillo quei signori là in parlamento sono nostri dipendenti e non viceversa.
La legge 194 difende una delle conquiste (delle donne ma non solo) più sofferte oltre che  dal punto di vista sociale anche umano. Le testimonianze delle donne uscite dallo squallore della clandestinità e dal rischio della propria vita non parlano di sistemi alternativi alla contraccezione, di leggerezze o scarso senso della vita: parlano di scelte sofferte , di problemi economici, di responsabilità familiari, di libertà di scelta. L’articolo 1 (riportato qui a lato) afferma con grande chiarezza che lo stato riconosce tutto questo e lo garantisce. Si tratta di una tutela della maternità non di leggerezza o incapacità come la retorica moralista vorrebbe farci credere. 
Voler barattare una diritto  che comporta difficili scelte personali e morali con quanto è stato giustamente definito un elemosina è qualcosa di inaccettabile. Non solo perché è una lavoro e un salario dignitoso, servizi sociali e strutture al servizio di tutti che dovrebbero essere garantiti, ma soprattutto perché la completa applicazione di questa legge passa per il potenziamento dei consultori anziché il loro progressivo indebolimento, il reale sfruttamento di quelle risorse finanziarie che la legge richiede e mette a disposizione piuttosto che disperderle e domandarsi che fine abbiano fatto.
La legge 194 è considerata sia in ambito di diritto legislativo che medico un ottima legge e i dati sulla diminuzione delle interruzioni di gravidanza (oltre il 40%) e i rischi di mortalità clandestina sono lì a testimoniarlo.
E se non fosse bastato sono stati lì a testimoniarlo e ancora lo faranno le centinaia di migliaia di persone che con le loro storie, il loro impegno, la loro volontà di far sentire la propria voce sono uscite dal silenzio e fuori da questo silenzio intendono restarci.

 
 

L. 22 maggio 1978, n. 194
Norme per la tutela sociale della maternità
e sull'interruzione volontaria della gravidanza.

Articolo1. Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L'interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che lo aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite.