Umanisti nel mondo

Autore:
Elena Talpo
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I primi bambini che ci accolgono sono quelli della scuola Umanista di Kalaban Coura, la prima Scuola Umanista aperta a settembre 2005 per i bambini delle famiglie più disagiate. Ci accolgono con diffidenza, in un primo momento sono spaventati soprattutto i più piccoli, non si vedono molti bianchi da quelle parti, ma poi con i bambini basta un niente e già stiamo facendo il girotondo con tre, poi cinque, poi dieci, poi una marea di bambini, tutti che vogliono giocare, tutti che vogliono stringerti  la  mano e girare all’infinito e ripetono senza capire il ritornello a voce alta, e cadono per terra ridendo  continuamente, e già ti senti che potresti non andartene mai da quel cortile, nonostante il caldo e la terra che ormai ti entrata dappertutto.
 
Fantastici i responsabili della struttura umanista locale che dedicano tutte le loro energie a questo progetto, che consente una minima istruzione a bambini che altrimenti non potrebbero frequentare una scuola. Ci sono bambini di tutte le età, i più piccoli del “Jardin d’enfants” hanno un grembiulino rosa o azzurro, forse indossato per l’occasione, i più grandi sono vestiti come capita con le cose più disparate, alcuni abbigliamenti evidentemente occidentali, doni mandati dai sostenitori del progetto di UnAltroMondo. Intanto le donne in un angolo del cortile stanno preparando il cibo che ci offriranno a pranzo; è incredibile cosa riescono a cucinare in quelle poche stoviglie, a terra, su un fuoco di legna.
 
E ancora delle fantastiche donne piene di energia vitale cucineranno per noi a Kanadjiguila, il villaggio dove abbiamo visitato il progetto di alfabetizzazione promosso e sostenuto da UnAltroMondo. È stata una sensazione magica, sedersi con queste donne sui banchi di legno grezzo davanti a una lavagna piena di parole incomprensibili e ripetere con loro l’alfabeto “bambara”, suoni a noi sconosciuti, parole con pronunce impossibili  e per questo così buffe e divertenti alle loro orecchie quando pronunciate da noi, da farle ridere di gusto. Si, al corso di alfabetizzazione le donne imparano a leggere e scrivere la lingua “bambara”, l’unica che conoscono, non si parla francese qui. Eppure è così facile capirsi: Bana, la mia “vicina di banco” mi fa vedere orgogliosa il suo quaderno, con una calligrafia insicura da bimba scrive le parole più comuni della sua lingua, quelle che le serviranno per poter gestire meglio una semplice attività di artigianato e commercio in un mondo che cambia e che ora ha bisogno anche di loro, delle donne. E alcune di loro terminato il corso insegneranno a loro volta ad altre donne, per il principio di reciprocità che sta alla base del progetto.  
 
La sensazione più bella è quella di ritrovarsi qui in mezzo agli “umanisti” locali e sentire in modo tangibile questo filo comune che ci lega, un filo che passa per il senso di uguaglianza, per la voglia di giustizia e di pace, per l’amore infinito per l’essere umano; i nostri bisogni fondamentali, le sensazioni che ci fanno stare bene sono le stesse qui a 6.000 chilometri di distanza da casa: è questa nuova consapevolezza che mi fa sentire in sintonia con il mondo intero.