Perche' tornare in Mali un’altra volta

Autore:
Lella Perosino
Foto di gruppo

Per quanto tempo un tronco stia in un fiume, non potrà mai diventare un coccodrillo.

Così recita un detto maliano trasmesso ci oralmente, secondo l’antica tradizione dei griot, da Souleyname, la guida che ha organizzato e ci ha accompagnato durante le escursioni a Siby e a Djennè.
Mi piace iniziare così questa breve riflessione perché, nonostante tutto, sono ancora “un tronco” e non potrò mai essere un coccodrillo, il che, tradotto in termini più comprensibili, diventa: sono e rimarrò “un bianco” e non sarò mai “un nero”…L’assunto rimane e non può che essere così, troppe caratteristiche ci differenziano: tradizioni, cultura, abitudini, vissuti, quotidiano, sogni, speranze, eccetera, eccetera e ancora eccetera, però, dopo questa esperienza, posso dire che mi sento finalmente molto vicina all’Africa. Forse per la prima volta sono riuscita a “entrare” veramente in una situazione, a condividere un pezzetto di strada per cui una parte di me non è più solo bianca (chissà se anche il pigmento della mia pelle capirà il messaggio?!).
In Mali ero già stata a Natale del 2003 con un viaggio di turismo responsabile organizzato dall’associazione “UnAltroMondo” e, proprio allora, è nato il mio amore per i maliani e per il loro bellissimo Paese. I giorni del viaggio dedicati ai progetti seguiti dall’associazione, infatti, sono stati illuminanti. In particolare, i momenti dedicati alla collaborazione con le scuole frequentate dai bambini sostenuti a distanza e seguiti dai volontari africani mi hanno fatto capire che proprio come insegnante avrei potuto fare molto in Italia. E così al mio ritorno è iniziata la collaborazione con la scuola di Banconi, il gemellaggio con la Scuola Media Perotti, il sostegno di più bambini, la raccolta di materiale didattico e le altre iniziative.
Però mancava qualcosa…o meglio, mi mancava qualcosa, sì, perché, nonostante da sempre abbia amato vagabondare per il mondo e impegnarmi in tante esperienze di conoscenza e di testimonianza, non ero mai riuscita a concretizzare la mia presenza in un altro “mondo”. Spesso, infatti, ero spinta dalla voglia di partire e di fare, poi però mi fermavo alle domande: “Che cosa potrei fare? In cosa potrei essere utile?” a cui in genere rispondevo con delle obiezioni: “Non sono un medico o un infermiere, non sono un tecnico o un agronomo e, inoltre, non conosco neanche benissimo le lingue, come potrei essere utile?”.
Sbagliavo o forse non era ancora arrivato il momento giusto. L’occasione invece era lì a portata di mano, bastava volerla vedere. Così ho iniziato a collaborare con Eleonora dell’Associazione “UnAltroMondo”, per costruire questo progetto, per provare a portare dieci bianchi a Bamako ad agosto a lavorare nelle scuole dei quartieri più poveri. Da dieci siamo poi diventati sette, abbiamo dovuto affrontare diversi problemi e non posso dire che non sia stato impegnativo e faticoso, anzi…però il gruppo ha lavorato compatto per un progetto comune, ci siamo conosciuti e sostenuti e insieme abbiamo vissuto un’esperienza ricca e coinvolgente: le emozioni spesso ci avvolgevano e ci coglievano sempre impreparati, perché toccavano i punti più scoperti e veri di noi.
Quanti occhi di bambini, sguardi, sorrisi e ancora quante donne e uomini abbiamo incontrato e sono tutt’ora presenti in noi, anzi ne fanno parte…e allora scopri che puoi essere molto utile perché quello che fai serve nell’immediato, hai un riscontro quasi in tempo reale e questo ti fa capire e ti dà la consapevolezza di quante energie spesso si disperdano in questo “nostro amato mondo”, dove molte volte si perdono di vista le reali priorità per rincorrere e perdersi in mille direzioni.
Che dire ancora? Sicuramente è faticoso riprendere la vita normale, ancora adesso, a distanza di venti giorni, continuo a sentirmi spaesata e confusa, cerco di assumere ritmi africani e questo mi aiuta a scegliere e a stabilire le mie priorità…Spero di ricordarmene tra qualche mese quando tutte le attività italiane saranno ormai a pieno ritmo e sarà più difficile proteggersi. Sicuramente mi aiuteranno i tanti bambini che da agosto non mi lasciano più e la certezza che il Mali fa ormai parte della mia vita.
Non resta che iniziare a progettare il prossimo campo di lavoro per l’estate 2008.