La storia di uno di noi

Autore:
Ernestina Tonani e Mauro Monaco
Sbarco a Lampedusa

Mohamed, lo chiameremo così.

Per raccontare la sua storia vera, useremo un nome di fantasia.

La storia di Mohamed è comune a tanti migranti, che lasciano alle spalle vite difficili e che credono di arrivare in un paese dove tutto è facile, ma poi si trovano ad affrontare i disagi e le situazioni tristi ed impreviste, con delusioni e tante difficoltà.

E così riporteremo il racconto, come lo ha riferito lui stesso, con particolari che gli hanno riempito gli occhi di lacrime e con l’emozione visibile sul viso.

Mohamed aveva solo 23 anni, quando in Egitto viveva con la famiglia composta di padre, madre, 2 fratelli e 2 sorelle, di cui è il primogenito. Sperando in una condizione economica migliore per tutta la famiglia, il padre decide di lasciare il proprio lavoro per poter pagare con la propria liquidazione di 5000 euro il viaggio di Mohamed per l’Italia. Sì l’Italia, dove sono andati anche altri figli egiziani, dove lavorano e mandano i propri guadagni alla famiglia.

Nel febbraio 2005, Mohamed inizia il suo viaggio. Parte dall’Egitto col pullman ed arriva in Libia, dove rimane per tre mesi, tempo necessario per organizzare il viaggio verso l’Italia e attendere le condizioni del mare favorevoli per partire.

Lì vive insieme ad altre 200 persone circa, tenuti in uno stato di segregazione dall’organizzatore libico della traversata; mangiano poco e devono parlare sottovoce per non farsi sentire dalla polizia altrimenti vengono picchiati.

Finalmente una notte di maggio del 2005, viene comunicato a Mohamed che si può partire per l’Italia. Il viaggio in barca dura 3 giorni, in condizioni disumane. Arrivano sulle coste italiane verso il tramonto, vicino ad Agrigento.

Ad accoglierli una pattuglia della polizia che li porta alla questura di Agrigento, gli prendono le impronte digitali e vengono interrogati tentando di comunicare a gesti (Mohamed e gli altri non conoscono la lingua italiana). Mohamed dà un nome falso e afferma che il suo paese di origine è la Palestina sperando forse nell’asilo politico.

Alla questura di Agrigento gli viene notificato il “decreto di respingimento mediante accompagnamento alla frontiera”, poi il giorno successivo gli viene invece notificato il trattenimento presso il CPT di Caltanisetta allo scopo di procedere ad accertamenti supplementari circa la sua identità, e preparare i documenti per l’espatrio.

In entrambi i documenti Mohammed compare come cittadino palestinese.
Mohamed rimane 70 giorni nel CPT di Caltanisetta, poi viene dimesso per decorrenza dei termini.
Un addetto del CPT lo accompagna alla stazione ferroviaria, quindi prende un treno per Milano, dove vive un cugino che possiede un regolare permesso di soggiorno e lo aiuta a sistemarsi in un appartamento con altre 3 persone al costo di 500 euro al mese.

Il primo anno passa fra lavori saltuari di pulizia e traslochi, barcamenandosi come può.
All’inizio del secondo anno Mohamed trova finalmente un posto fisso nelle pulizie di un condominio, sempre in nero poiché clandestino. Ed è allora che, guadagnando meglio, inizia a mandare saltuariamente qualche soldo a casa.

Anche il terzo anno Mohamed continua a lavorare per l’impresa di pulizia, e inoltre trova un secondo impiego: fa le pulizie in un ristorante riuscendo così a guadagnare circa 300 euro al mese.
Ma nel giugno 2008, intorno alle 5.00 del mattino, mentre Mohamed sta recandosi al lavoro, alla fermata dell’autobus, viene fermato dai carabinieri che gli chiedono i documenti.

Non ha il permesso di soggiorno e viene quindi portato in caserma per accertarne le generalità. A seguito di verifiche la polizia riscontra che Mohamed era già stato identificato al CPT di Caltanisetta. Questa volta però Mohamed ammette di essere egiziano e non palestinese.

Viene quindi condotto in cella. La cella è una stanza sotterranea piccolissima senza finestre e senza lampadine, senza materasso e con solo una coperta per coprirsi. Il mattino seguente, viene condotto in manette presso il Tribunale e inizia il processo a suo carico.

Mohamed, racconta la sua storia al giudice, dice di essere venuto in Italia per cercare lavoro e di avere mentito sulle sue generalità per paura di essere rimpatriato immediatamente. Il giudice emette la sentenza che lo condanna per la seconda volta ad abbandonare il territorio italiano. Per il momento è stato rimesso in libertà ma la notte in cella gli è costato il posto di lavoro. Infatti non essendosi presentato è stato sostituito da altre braccia.

Volevamo braccia sono arrivati uomini