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Autore: Mariaelena Asta Quel che succede in Africa a nessuno interessa veramente fino in fondo. Basta inviare aiuti umanitari e organizzare raccolte fondi per i bambini con la pancia gonfia, per mettersi la coscienza a posto. Nessuno pensa veramente come il nostro benessere è strettamente legato alla loro rovina. Uno degli esempi più eclatanti di questo legame è il Congo. Una terra fertile e rigogliosa, dal clima ottimale per contare fino a 3 raccolti l'anno, una terra che nel suo ventre ha quanto di più prezioso al mondo: oro, argento, uranio e coltan. La sua popolazione potrebbe vivere da benestanti, invece non è così. Sono altri a sfruttare le sue ricchezze, mentre la popolazione congolese è schiacciata da decenni di guerre, massacri, rapimenti e stupri. Il Congo è una nazione in guerra permanente per ragioni etniche, per ragioni nazionaliste, ma soprattutto per ragioni economiche. L'attacco del generare Laurent Nkunda dei mesi scorsi è scoppiato dopo che il governo congolese aveva sottoscritto una concessione mineraria alla Cina. Tutti vogliono il controllo delle miniere del Congo, soprattutto delle miniere del coltan, fondamentale per l'industria dell'hi-tech e aerospaziale. I nostri telefonini, iPod, la playstation, hanno come componente il coltan, come pure i motori dei missili e i visori notturni che si usano in guerra. Le grandi corporation anglo-americane che comprano legalmente il coltan in Rwanda in minima quantità, si riforniscono invece abbondantemente e clandestinamente dalle miniere congolesi, sconfinando dal Rwanda nella regione del Kivu. L'intrusione della Cina in questo traffico dai guadagni incalcolabili non è ben accetta ed ecco che provoca una nuova guerra, apparentemente combattuta da miseri ribelli con ideali nazionalistici e rivoluzionari, in realtà pilotata da forti interessi economici e da meccanismi di corruzione e addirittura combattuta da eserciti addestrati nelle basi americane in Rwanda. A tutto questo si aggiunge il business delle missioni umanitarie dell'ONU: oltre un miliardo di dollari l'anno viene speso per una delle missioni più costose delle nazioni Unite e, nonostante ciò, l'ONU non riesce a gestire questa situazione. I campi degli sfollati sono in balia delle diverse fazioni armate, le donne vengono sistematicamente violentate, i bambini rapiti per farne soldati e i pochi viveri rubati. Ma tutto ciò è necessario perché i Paesi Occidentali possano mantenere il controllo del territorio e delle sue ricchezze e poco importata se il prezzo a livello di vite umane è altissimo. Anche in altri Stati Africani l'interferenza dei paesi ricchi, e in particolare degli Stati Uniti, continua ad imporre alle popolazioni fame e miseria. Negli ultimi due anni, il Pentagono ha istallato in Mali tecnologie militari per un valore complessivo di circa 7.000 milioni di dollari e la polizia maliana è stata equipaggiata con armi leggere per un valore di circa 500.000 dollari. L'aeroporto della capitale Bamako è a disposizione delle forze armate statunitensi come base operativa per eventuali operazioni militari. In cambio di tale libera intrusione il governo americano concede allo Stato del Mali un piano di aiuti allo sviluppo di milioni di dollari, operando nella prevenzione e nella lotta all'AIDS e alla malaria, finanziando la costruzione di scuole e centri sanitari, ecc. Tutte infrastrutture ovviamente gestite da privati in nome del neoliberalismo. Infatti gli aiuti sono vincolati oltre alle concessioni del territorio per istallazioni militari, anche allo smantellamento dell'industria statale e alle monoculture per l'esportazione del riso a basso costo. Tutto ciò mentre la popolazione muore di fame. Probabilmente dovremmo riflettere un po' su questi meccanismi opportunistici quando vogliamo cacciare via dalle nostre città questi sporchi clandestini, perché queste sono le nostre città, il nostro benessere e non vogliamo dividerlo con gli stranieri. |
Attraversando la ricchezza nel cuore della povertà dei Paesi Africani
Inserito da Marco il Ven, 03/04/2009 - 11:08»
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