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Autore: Thomas Schmid Il governo italiano affronta la crisi economica con una mega-promozione di mercato. Mille euro per rottamare automobili ancora funzionanti e comprarne di nuove, qualche saldo anche per gli elettrodomestici. Insomma, si cerca di riaccendere la corsa al consumo, all’acquisto di oggetti superflui, pur di mantenere posti di lavoro. La rottamazione viene addirittura dipinta come ecologica, poiché il nuovo inquina meno, fingendo di non vedere lo sperpero di risorse e l’inutile accumulazione di rifiuti che riempiranno le nostre discariche. Ma è davvero l’attuale crisi economica ed industriale a far crescere i tassi di disoccupazione, che schizzano verso il 10 % in quasi tutti i paesi europei? In parte si, ma solo in parte. Sta venendo a galla un fenomeno più di fondo che era latente già da prima dell’attuale crisi: i posti di lavoro vengono erosi dalla crescente automatizzazione in tutti i settori. Un operaio di oggi produce circa 3 o 4 volte quello di un suo collega di 30 anni fa. Un’azienda del settore elettronico riesce a produrre oggi in modo totalmente automatizzato con dei robot i componenti di alta precisione che fino agli anni 70 venivano manualmente assemblati uno per uno da schiere di operai. Grazie alla massiccia meccanizzazione della produzione alimentare tra un agricoltore di 30 anni fa e uno di oggi esiste lo stesso rapporto. Il discorso si applica anche al settore dei servizi, dove molti lavori vengono semplicemente cancellati da macchine e cervelli elettronici: caselli autostradali, sportelli bancari e acquisti via internet sono solo alcuni esempi. Quanto tempo ci vorrà ancora finché le classiche cassiere dei supermercati saranno sostituite da un lettore elettronico, che in una frazione di secondo leggerà i codici a barre sui prodotti e ci presenterà il conto di quanto abbiamo messo nel carrello? La tecnologia che lo permette è già pronta e così solo in Italia spariranno centinaia di migliaia di posti di lavoro. La disoccupazione si sta rivelando un problema planetario, che riguarda non solo i paesi occidentali, ma anche le economie emergenti come i paesi dell’Est e la Cina. Insomma, oggi non basta più guardare al proprio mercato nazionale del lavoro sperando in un aumento delle esportazioni. Anche la disoccupazione si è globalizzata. Torna così nuovamente di attualità lo slogan lanciato negli anni Settanta dal leader della Cisl Pierre Carniti: “Lavorare meno, lavorare tutti”. Anche se molti economisti restano contrari e scartano questa proposta come troppo semplicistica, l’evoluzione della società post-industriale lascia poche alternative: o andiamo verso una società spaccata tra chi lavora e chi no (con i problemi sociali che ci si può immaginare), o distribuiamo meglio il lavoro che c’è, introducendo la riduzione degli orari di lavoro. La Germania di Angela Merkel sta incentivando la settimana corta nel settore automobilistico con aiuti statali. In Francia invece, la riduzione degli orari è tramontata con la sconfitta dei socialisti. In Italia si va addirittura in direzione opposta, con un governo che vuole allungare l’età pensionabile. Lavorare meno significherebbe più tempo libero, soprattutto se la riduzione è nel numero di giorni lavorativi (cioè andare meno volte al lavoro, dover compiere meno spostamenti), piuttosto che di lavorare meno ore ogni giorno. E avere più tempo a disposizione sarebbe una vera liberazione, non solo del corpo ma anche dello spirito. |
Crisi economica: Rottamare automobili per conservare posti di lavoro?
Inserito da Marco il Lun, 22/06/2009 - 19:09»
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