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Autore: Thomas Schmid Il disegno di legge approvato il 9 settembre dal Consiglio dei ministri per privatizzare i servizi pubblici locali, tra cui l’acqua e i rifiuti è un brutto colpo. A poco sono servite le proteste, le raccolte di firme e l’opposizione di innumerevoli Comuni e Regioni: si va verso la cosiddetta liberalizzazione, che permetterà ai privati di entrare nelle società miste pronte a gestire non solo acqua e rifiuti, ma anche trasporto urbano, gas, cimiteri, musei, strade statali, regionali, provinciali e comunali. In una prospettiva nemmeno tanto lontana si potrebbe anche arrivare a privatizzare demani, sanità, istruzione ed altri servizi civici. La nuova legge impedirà alle amministrazioni locali di mantenere la gestione “in house”, ossia in società controllate direttamente dai Comuni o da consorzi. D’ora in poi si dovrà procedere per gara, che in apparenza sembra un procedimento più pluralista e aperto. Nella realtà si tratta invece di un meccanismo ben studiato per sottrarre gli appalti al controllo degli enti pubblici e aprire le gare e il controllo delle società già esistenti al ben noto cartello di imprese composto da A2A, Acea, Iride, Enia e Hera. Questo decreto è frutto dell’accordo tra i Ministri Fitto (Forza Italia) e Calderoli (Lega) e delle pressioni di Confindustria, che in questi tempi di crisi sta cercando nuovi profitti. La scelta del governo di procedere attraverso un Disegno di Legge e non per Decreto sembra dettata dall’impossibilità di dimostrare i requisiti di “necessità ed urgenza” obbligatori per procedere attraverso un decreto. In una prima parte delle modifiche approvate si indicano come “vie ordinarie” per la gestione dei servizi pubblici locali “di rilevanza economica” l’affidamento di questi attraverso gara a società totalmente private oppure miste privato/pubblico in cui il socio privato possieda non meno del 40%. Come si può considerare l’acqua un bene “di rilevanza economica”, quando si tratta di un bene sociale, comunitario, ambientale, indispensabile alla vita dell’essere umano, che dovrebbe stare nettamente al di fuori di ogni ragionamento basato sul profitto? Si prevede inoltre un regime transitorio, stabilendo diverse tappe che entro il 2012 porteranno al decadimento di tutti gli affidamenti a società controllate dagli enti locali, anche a quelle quotate in borsa, la cui partecipazione pubblica non sia scesa al 30%. E’ prevedibile che nei prossimi anni assisteremo al rincaro del prezzo dell’acqua potabile. Ovunque sia stata privatizzata l’acqua, che sia il caso della Francia o della Bolivia, le popolazioni hanno dovuto accettare consistenti aumenti, pagando non più semplicemente il costo della gestione dell’acqua, ma profitti finanziari agli azionisti. Come ha scritto padre Alex Zanotelli, “questa è la vittoria del mercato, della merce, del profitto. Cosa resta ormai di comune nei nostri Comuni? E’ la vittoria della politica delle privatizzazioni, oggi portata avanti brillantemente dalla destra. Oggi l’acqua è il bene supremo che andrà sempre più scarseggiando, sia per i cambiamenti climatici, sia per l’incremento demografico. Quella della privatizzazione è una scelta politica gravissima che sarà pagata a caro prezzo dalle classi deboli di questo paese, ma soprattutto dagli impoveriti del mondo, i milioni di morti per sete!” “L’attacco ai beni pubblici è pesante”, scrive Marco Bersani di Attac Italia, “ma la strada intrapresa dal movimento per l’acqua può rappresentare non solo l’argine, bensì l’inversione di rotta, a patto che sappiamo costruire insieme un movimento ancor più capace di diffusione e radicamento territoriale. E’ una battaglia aperta: abbiamo le menti e i cuori per affrontarla.” |
Acqua: privatizzazione selvaggia
Inserito da Marco il Mer, 28/10/2009 - 08:30»
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