L'Italia democratica fondata sul lavoro

Autore:
Mariaelena Asta

Sei diplomato o addirittura, dopo anni di studi e sacrifici economici della tua famiglia, sei riuscito a laurearti? Hai una gran voglia di essere imprenditore di te stesso? Hai voglia di viaggiare? Ottimo. Sei la persona giusta per questo nuovo mondo del lavoro.

Ormai da diversi anni il maggior numero di richieste di lavoro è proposto da società di fornitura servizi in outsourcing, in particolare Call Center, che pagano i propri operatori solo per contatto utile, cioè per la durata e l'esito della telefonata ricevuta o fatta, attraverso forme di lavoro a cottimo come accadeva nelle fabbriche alla fine dell’800, senza alcun diritto di ferie pagate, malattie, maternità, liquidazione. Il dipendente, che non è dipendente, vive solo di ciò che fattura (numero di chiamate gestite, numero di contratti stipulati), è soggetto a continui rinnovi di pochi mesi di contratti a progetto, con la costante minaccia del mancato rinnovo (cioè del licenziamento). A tale ricatto che ovviamente impedisce al lavoratore di esprimere la propria insoddisfazione si aggiunge altro ricatto che riguarda anche i lavoratori con il posto sicuro: chiusura delle aziende e trasferimento all'estero.
È la nuova fase della globalizzazione. Mentre prima ad essere trasferiti verso i paesi in via di sviluppo erano lavori a minore valore aggiunto, ora è possibile spostare ogni tipo di lavoro impiegatizio un po’ ovunque.
Secondo importanti studi dei processi economico-produttivi, ormai da diversi anni è iniziato il trasferimento di posti di lavoro dagli Usa e dall’Europa Occidentale in Asia, in Africa e nei più poveri Stati dell’Europa orientale, come Romania e Bulgaria. Interessata da questa imponente migrazione è soprattutto l’India. Sono state le grandi multinazionali americane dell’industria a scoprire per prime la convenienza del processo definito di “delocalizzazione del lavoro”. E non ci è voluto molto perché anche l’Europa, compresa l’Italia, seguisse i loro esempio. In Italia, per esempio, in questi ultimi anni è aumenta l’importazione di prodotti e manufatti che prima fabbricavamo n Italia e si è iniziato a esportare lavoro. I grandi gruppi industriali italiani invece di investire capitali per rinnovare i prodotti, trovano più economico mantenerli come sono, ed abbassare il costo del lavoro esportandolo in Cina o in Romania.
La nuova strategia della delocalizzazione del lavoro è favorita da tre fattori:

  1. l’avvento di Internet e delle nuove tecnologie di telecomunicazioni che permettono di dislocare, anche in aree lontane del Terzo mondo, attività da sempre appannaggio del mondo industrializzato, come la progettazione di software, i call center o la ricerca avanzata;
  2. a partire dagli anni 80, le università anglosassoni hanno formato intere generazioni di stranieri asiatici e africani laureati in materie scientifiche. I quali, tornati in patria, restano in contatto con le imprese occidentali creando le condizioni per l’apertura di filiali in loco.
  3. il costo del lavoro di un giovane laureato asiatico, africano o sud-americano è di molto inferiore a quello di un collega occidentale (un ingegnere indiano è pagato circa 20 dollari l’ora, contro gli 80 di un pari grado statunitense; un analista finanziario può essere pagato 1000 dollari al mese, a parità di mansione, rispetto ai 7000 di un suo omologo Usa).

Tale processo di delocalizzazione del lavoro ha come effetti che le multinazionali operano in regime di esenzioni fiscali, sfruttano la manodopera a basso costo, non permettendo la ridistribuzione della ricchezza poiché i proventi rientrano nel paese della casa madre, e proprio nel paese della casa madre aumenta la disoccupazione.
Le ragioni storiche di tali fenomeni si ritrovano nell’innovazione tecnologica che ha contribuito ad un enorme incremento della produttività, ma questo incremento ad oggi ha portato solo un aumento dei profitti e nessun beneficio per il lavoro (riduzione orario di lavoro, incremento salariale, accesso a un migliore livello sociale per un numero maggiore di persone). La nuova globalizzazione, per meglio dire la mondializzazione capitalista, ha significato il dominio delle Borse e della Finanza e un aumento delle disuguaglianze economico-sociali, allargando la forbice di condizioni tra ricchi e poveri.
Diventa sempre più urgente e necessario cambiare rotta e ricostruire gli equilibri di forza tra lavoro e profitto, tra produttività e condizioni sociali accettabili per tutti. La follia di questo sistema economico sta proprio nell’illusione di poter continuare a crescere e svilupparsi solo attraverso gli spostamenti di capitali finanziari che non creano e non producono nulla, di poter concentrare la ricchezza nelle mani di pochi destabilizzando il sistema lavoro annullando tutele e garanzie del lavoratore e ponendolo in una situazione di schiavitù. Ma appunto è solo un’illusione.

Nota: Fonti informative.
Business Week e Proteo, riviste specializzate in economia e politiche del lavoro.