CPT: CENTRI DI PERMANENZA TEMPORANEA O CENTRI DI DETENZIONE?

Autore:
Mario Di Pasquantonio
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Alcune riflessioni sull’immigrazione
CPT: CENTRI DI PERMANENZA TEMPORANEA O CENTRI DI DETENZIONE?
La normativa attuale appare inadeguata e discriminatoria: ma esiste una soluzione all’immigrazione? Innanzi tutto vi è da chiedersi se questa costituisca un problema
 
I fenomeni migratori hanno da sempre contraddistinto l’umanità. I fattori che spingono l’uomo a spostarsi sono le necessità, la fame, la fuga dalle guerre, le persecuzioni, o semplicemente un moto interiore verso la ricerca di condizioni di vita migliori.
Le migrazioni, negli ultimi decenni, hanno assunto proporzioni enormi: l’attrazione della modernità ed il mito dell’occidente stanno muovendo milioni di persone. Queste si spostano dal disagio delle campagne e delle zone depresse verso le grandi città dei loro paesi. Spesso, purtroppo, vi trovano il degrado delle periferie e delle baraccopoli, come accade a Mumbai in India, A Nairobi in Kenya o a Casablanca in Marocco. Altri di loro, dal Sud America, dall’Africa Subsahariana, dal Maghreb e dall’Asia spiccano il grande salto verso l’Europa, partendo ricchi di grandi sogni, frequentemente disillusi all’arrivo se non addirittura durante il viaggio.
Ragionevolmente, i fenomeni migratori non sono arginabili, né sono controllabili, ammesso che sia presumibile o etico farlo; potrebbero, sì, esserne influenzati i motivi che li originano, creando in situ le condizioni culturali e materiali che permettano alle genti di costruirsi un futuro radioso nelle proprie terre.
In Italia, i temi dell’immigrazione e della condizione degli stranieri sono regolamentati dal Testo Unico del 25 luglio 1998 (D.L. 286, seguito alla legge 40 “Turco-Napolitano”), modificato con la legge 189 del 30 luglio 2002 (“Bossi-Fini”). Nei suoi aspetti pratici, la normativa appare inadeguata; nei principi, inoltre, essa sembrerebbe discriminatoria, e preventivamente repressiva, nei confronti degli immigrati cosiddetti extracomunitari.
A prescindere dalle ideologie, la legge è in antitesi con se stessa, in quanto non argina l’immigrazione e fomenta la clandestinità, dando libero sbocco al traffico di esseri umani. La sua inadeguatezza risulta nella fallita pretesa di controllare i flussi migratori: lo dimostrano le centinaia di migliaia di stranieri extracomunitari che sono considerati non regolari ma che, di fatto, lavorano nelle fabbriche, nei campi, nei cantieri e negli esercizi pubblici; lo dimostra il paradossale circolo vizioso lavoro-casa-permesso di soggiorno, che rende impossibile ottenere ciascuno di questi tre requisiti senza avere già in mano gli altri due; infine, lo dimostrano le inevitabili, conseguenti ed insufficienti sanatorie.
Il lato discriminatorio emerge innanzi tutto dalla stessa esistenza di una legge speciale da applicarsi a determinate persone, la cui vita e le cui responsabilità – viceversa – dovrebbero essere regolate dalla legislazione ordinaria; in secondo luogo, lo si estrapola dalla legge medesima, che in alcuni suoi passi induce chi li legge a scrivere l’equazione immigrato extracomunitario = potenziale criminale. Sembra che proprio a quest’equazione siano collegati i cosiddetti centri di permanenza temporanea (CPT). Secondo le testimonianze di chi ha avuto la sfortuna di permanervi e quelle di chi ha avuto la fortuna di visitarli, i CPT sarebbero delle zone franche dove il diritto è sospeso, dei “non luoghi” collocati lontano dagli occhi della gente dove la dignità umana viene quotidianamente calpestata, delle strutture - inaccessibili ai visitatori esterni ed interdette ai giornalisti - gestite come centri di detenzione nei quali si scontano pene senza reati, dove le persone oneste sono mischiate indiscriminatamente con i delinquenti, dove i veri criminali sono parcheggiati insieme agli incensurati anziché essere rimpatriati direttamente dal carcere.
L’ingresso esterno del CPT di Via Corelli, a Milano, appare spettrale, surreale ed inquietante per chi si avvicina e sa che oltre la sbarra, oltre le mura sorvegliate, oltre il filo spinato, in quel fazzoletto di terra nascosto alla gente vi sono caserme con le finestre sbarrate e con le porte blindate che nascondono degli esseri umani.
Lo scorso settembre Amir Karar, un giovane pakistano giunto in Italia per tappe successive in conseguenza della sua fuga dalle persecuzioni religiose cui era sottoposto nel proprio paese, si è trovato rinchiuso nel CPT di Via Corelli. Amir è stato fermato pur non avendo commesso alcun reato: non per sua colpa, era sprovvisto dei documenti richiesti dai nostri vizi legislativi; non per sua colpa, ha conosciuto la tortura psicologica, il disagio materiale e la frustrazione umana di questi centri. Grazie all’appoggio dei suoi amici italiani, del proprio avvocato e del Centro delle Culture, Amir è riuscito a documentare e a provare la propria storia di perseguitato; ha ottenuto in extremis lo status di rifugiato, evitando con il rimpatrio la sicura condanna a morte che lo attende in Pakistan. Oggi Amir è libero.
Il libro “Lager Italiani”, di Marco Rovelli, racconta altre decine di storie – non tutte a lieto fine - di individui non fortunati che hanno conosciuto le umilianti condizioni di vita dei CPT. Consigliamo questo libro a chi voglia approfondire il tema delle leggi sull’immigrazione e a chi voglia conoscere la realtà dei CPT (cosa sono, dove sono, come sono). I clandestini segregati nei CPT non vivono come gli internati dei lager nazisti, tuttavia l’iperbole viene legittimata nella tagliente postfazione di Moni Ovadia: “…il clandestino è l’ebreo di oggi. Egli è ridotto a «sotto uomo» prima dalla sinistra cultura retorica «sicuritaria», poi da una legge fascista che lo dichiara criminale per il solo fatto di essere ciò che è (…). E’ urgente smascherare i politici che fanno i pellegrinaggi della Memoria (…) per rifarsi l’immagine, mentre a casa difendono la logica dei carnefici”.